Prendersela nel CIG.
Siccome al lavoro mi sto annoiando, ho deciso di dilettarmi leggendo l’elaborazione della CGIL sui dati relativi alla Cassa Integrazione diffusi dall’INPS a ottobre (lo so, che vita di merda…:-)).
Parlando un pò in giro, mi rendo conto che su questo argomento vige un pò di disinformazione. E’ comprensibile. Il diritto alla Cassa Integrazione è un privilegio per lavoratori con un contratto di lavoro dipendente (a tempo determinato o indeterminato). La sottogiungla di stage, contratti a progetto e collaborazioni varie (categorie a cui appartiene la maggioranza dei miei interlocutori quotidiani) ne è esclusa per legge, pertanto presumo sia una cosa che susciti pochissima curiosità.
Senza pretese di essere completo, la Cassa Integrazione è un’ammortizzatore sociale erogato dall’INPS volto ad alleggerire le imprese, in temporanea difficoltà, di parte del costo del lavoro senza che ci rimettano i lavoratori. In estrema sintesi funziona così: “Tu, impresa, dimostrami che hai una temporanea difficoltà, dimostrami quale piano hai per superare la difficoltà e per un periodo, io INPS, pago gli stipendi dei lavoratori che non ti servono”. Così l’impresa alleggerisce un pò i costi, i lavoratori sono pagati dall’INPS senza lavorare. Di fatto, poichè in molti casi la temporanea difficoltà si risolve tramite tagli del personale, la cassa integrazione è spesso vissuta come un’anticamera di licenziamento. La durata massima di questo istituto è di 36 mesi per alcune casistiche, 18 per altre. Al termine di questo periodo, il lavoratore cassintegrato rimane senza reddito. Il massimale di CIG per il 2010 è di circa 893 euro al mese e non può superare l’80% dell’ultima retribuzione.
I soldi per pagare la CIG l’INPS li ricava trattenendo dalla busta paga di ogni lavoratore lo 0,3% della retribuzione lorda. Un contributo pari allo 0,6% è a carico del datore di lavoro.
E’ evidente come l’indicatore delle ore di CIG, cioè quante ore di lavoro sono state pagate dall’INPS anzichè dai datori di lavoro, sia un segnale importante sull’andamento dell’economia. Secondo gli ultimi dati INPS, rielaborati dalla CGIL, rispetto a ottobre 2009 il monte ore CIG è aumentato del 44%, sforando quota un miliardo di ore.
Questo non va per niente bene, per una serie di motivi.
1- E’ un evidente segnale che una vera ripresa economica non c’è. Se ci fosse una ripresa economica, le imprese produrrebbero di più e avrebbero bisogno di richiamare in servizio i lavoratori cassintegrati, riducendo il monte ore di CIG complessivo. La ripresa economica, trionfalmente annunciata dal governo, è una panzana.
2 - L’aumento delle ore di CIG influisce negativamente sulla ripresa. Il lavoratore cassintegrato, essendo consapevole che potrebbero essere gli ultimi mesi in cui percepirà un reddito, riduce all’essenziale i consumi, oltre a veder ridotto il proprio reddito per effetto della regola dell’80% scritta prima. Se aumentano i cassintegrati, diminuiscono i consumi, se diminuiscono i consumi, le imprese non lavorano, se le imprese non lavorano, mettono la gente in cassa integrazione. Il circolo vizioso è evidente.
3- Un aumento così drastico delle ore di CIG porta all’inevitabile conseguenza che, senza una ripresa vera e propria e quindi un nuovo ciclo di ri-assunzioni in azienda, tutte le CIG scadranno più o meno nello stesso momento. Vale a dire che in un momento ‘x’, che non è difficile prevedere, avremo di colpo centinaia di migliaia di persone e famiglie senza reddito. Se a queste aggiungiamo coloro che già non percepiscono redditi e tutti i lavoratori precari con contratto a scadenza, il rischio per la pace sociale è alto.
4 - Come detto, i fondi per la CIG sono alimentati dalle buste paga dei lavoratori occupati e dai datori di lavoro. Se aumenta la CIG, diminuisce il numero di chi la alimenta, con il rischio che, se la tendenza non si inverte, non ci saranno soldi per finanziare le nuove richieste di CIG e questo ammortizzatore scomparirà.
In sintesi, per la situazione attuale, la struttura della CIG non è a lungo termine sostenibile. Politicamente, la CIG piace un pò a tutti. In tempi di crisi, il governo può vantarsi di aver mantenuto la pace sociale, il sindacato fa bella figura perchè i lavoratori non vengono licenziati, gli imprenditori alleggeriscono i costi e sono tutti contenti.
A livello di sistema, però, non si può non rilevare come la CIG possa andar bene come temporanea misura di emergenza ma essa non genera ripresa nè benefici a lungo termine. L’attuale politica della Cassa Integrazione si sintetizza con ‘diamo un pò di soldi a tutti aspettando che arrivi la ripresa’. Come se ci fosse una cicogna che dal cielo porterà la ripresa da un momento all’altro. Non è così. La ripresa si stimola incentivando i consumi interni e le esportazioni. Elargire a pioggia elemosine di stato per un limitato periodo di tempo, che incentivo al consumo è ?
Ciò che andrebbe fatto sarebbe una riforma coraggiosa degli ammortizzatori sociali, ad esempio incentivando la formazione e la ricerca o sostenendo l’imprenditoria che assume, anzichè ‘parare il culo’ all’imprenditoria che licenzia.
Il concetto non dovrebbe essere ‘licenzia pure che tanto per un pò ti copro io’ ma ‘se sei in crisi ti do dei soldi per la formazione dei tuoi dipendenti, la ricerca sui tuoi prodotti e ti insegno come trovare nuovi mercati di sbocco per la tua merce o il tuo servizio, se questo merita. così tu non avrai bisogno di licenziare in massa e i tuoi lavoratori magari saranno i primi acquirenti dei tuoi prodotti/servizi’.
E’ ovvio che per fare questo occorre un potere politico solido e lungimirante. La ricerca del consenso immediato, in questo contesto come in molti altri, porta alle ‘mancette’ a pioggia per far star buona la gente, che tanto ai problemi veri ci penseremo domani e quant’è bella giovinezza che sì fugge tuttavia.
Sono l’unico che vedrebbe bene uno scontro vendola - fini alle prossime elezioni ?
Precariamente, forzatamente cool
Sono un lavoratore precario e più leggo repubblica più quasi mi sento figo ad esserlo. Oggi si parla di come gli appartamenti in condivisione stiano andando di moda anche tra gli over 30 e di come sia nato un movimento ‘Giovaninonpiùdispostiatutto’ in cui si ironizza e si contestano le tante offerte di lavoro farlocche che si vedono in giro.
Settimana scorsa mi sono imbattuto in un articolo dal titolo ‘liberarsi degli oggetti ed essere felici’ in cui si spiegava come in Uk e in USA molti giovani stiano scoprendo il minimalismo per vivere più leggeri e felici.
A ciò aggiungiamo la ormai immensa serie di film, libri, blog, fumetti etc etc che puntualmente tentano di definire la mia generazione.
Sarò io rimbambito dalle ore passate davanti a excel a riempire caselline o la sensazione che emerge è che noi (giovani, precari, generazione zero, ditela come volete) siamo assolutamente dei fighi ?
Siamo dei cool perchè non siamo legati da contratti a vita e possiamo cambiare città, paese, lavoro da un momento all’altro, non siamo legati da mutui perchè viviamo in affitto in appartamenti condivisi quindi possiamo liberarcene quando ci pare, viviamo in grandi metropoli con altre 4-5 persone in casa, siamo all’avanguardia della tecnologia coi nostri notebook, ipod, ipad che sempre ci accompagnano, vestiamo casual, vintage e abbiamo sempre i capelli alla moda, non ci sposiamo e possiamo cambiare ragazza o ragazzo appena qualcuno ci piace di più, ci informiamo su internet e non guardiamo la tv quindi sappiamo tutto ciò che vogliamo sapere.
Vi ritrovate in questa definizione ? Probabilmente no. Questa è la visione del classico omino nato negli anni ‘50-‘60 che a vent’anni si trovava un contratto a tempo indeterminato, un mutuo quarantennale e una moglie incinta che ora bello panciuto sentenzia ‘beata gioventù’ quando ci vede al tg dell’una.
Quello che sfugge a questi tanti sociologi da bar è che chi, come me, è nato negli anni ‘80, è laureato e si affaccia al mondo del lavoro in tempo di crisi/stagnazione/ripresa che non esiste, non ha nessuna scelta.
Non è cool a 35 anni condividere un appartamento come quando si era studenti, solo non si hanno i soldi neanche per pagare un affitto. Non è cool cambiare lavoro ogni anno, perchè si disperde conoscenza e si è facilmente sostituibili. Non è cool vivere ammassati in una grande città, solo il poco lavoro che c’è in giro è lì. Non è cool possedere poco o niente, solo non ci si può permettere grandi spese. Non è cool non farsi una famiglia, solo è impossibile pianificare più in là di 6-8 mesi. Non è cool andare all’estero a vivere, solo si cerca un lavoro e una realizzazione che qui non esistono.
Queste sono scelte imposte anche a chi non vorrebbe nient’altro che sposare la fidanzatina delle medie nel paesotto di campagna in cui è nato e cresciuto e, invece, come a inizio ‘900, deve far su baracca e burattini (che oggi sono iphone e ipad) e andare a Milano o a Londra per dividere una doppia in periferia, lavorare in co.co.pro quando gli va bene e spendere tre quarti dello stipendio tra affitto e bollette.
Chi vuole lo fa. Chi non vuole, lo fa lo stesso.
E’ questa la differenza tra noi e i nostri genitori. Loro potevano essere senza problemi maritini modello o hippy scapestrati. Essere sfigati o cool.
Noi siamo costretti ad essere ‘cool’. Siete sicuri che vorreste far cambio ?
la donna Rosa, concependo Silvio,
avesse dato ad un uomo di Milano
invece della topa il deretano
l’avrebbe preso in culo quella sera
sol Donna Rosa e non l’Italia intera. — Benigni….o no? (via babandi)
(via destrometorfano)
Nichi Vendola…
Siccome lavoro un sacco, oggi mi sono letto praticamente tutti i giornali online possibili, da Repubblica al Giornale, passando per Parchi e Giardini e Cani da Caccia.
Nella mia oziosa rassegna stampa ho letto con particolare attenzione l’intervista di Nichi Vendola al Sole 24 Ore.
‘Ohibo’ - mi dico - ‘Un comunista che parla al Sole 24 Ore. Chissà quali castronate giacobine tirerà fuori’.
A essere onesti, però, è un pò che seguo questo personaggio (sempre perchè ho un sacco da lavorare) con sentimenti contradditori. Ogni tanto mi sembra di sentire il tipico ‘nuovo bertinotti’ di turno, addormentato nei suoi clichè da sinistra radical chic contento di parlare ai vertici della cgil, agli intellettuali no global e bona lì.
In altri casi, invece, ho la netta sensazione che il buon Nichi sia davvero una novità nel depresso panorama della sinistra italiana. Con discreto coraggio si impegna a portare avanti certe idee di fronte ad intelocutori finora tabù per l’ampia gamma di post comunisti da 0,1% che da sempre affligge l’area a sinistra del PD.
Nichi non parla di Montecarlo , non parla per essere amico di tutti e alleato di nessuno, non parla per accontentare una platea o per guadagnare il punticino nel prossimo sondaggio di Pagnoncelli a Ballarò.
Vendola parla di lavoro, di relazioni industriali, di economia, di ecologia, di come ecologia non voglia dire ‘buttiamo giù le fabbriche e coltiviamo i campi’, di diritti sociali e di globalizzazione. Non attacca berlusconi per la villa ad Antigua o per il lodo Alfano, lo attacca sui risultati di governo e sull’inadeguatezza dei provvedimenti presi per fronteggiare la crisi.
Non tutte le sue idee sono dal sottoscritto condivise. ad esempio, il cieco appiattimento sulle posizioni della fiom/cgil su certi casi tipo Pomigliano e Melfi sanno da ‘ricordati degli amici’ più che da oggettiva analisi della situazione.
Per la prima volta da un pò, però, ho la sensazione di avere davanti un politico con idee decise e capacità di fare ragionamenti che, partendo da un inizio e arrivando a una fine, arrivano a colpire l’interlocutore. Dopo anni in cui, a sinistra si sente solo ‘berlusconi merda’ e a destra solo ‘viva la figa e la bella vita’, è una piacevole novità.
Mi si dovrebbe spiegare perchè c’è voluto Vendola per far notare che la politica economica di Tremonti ha portato ad un taglio della spesa sociale ma ad un contemporaneo aumento della spesa pubblica. O che le politiche della destra per il contenimento del debito pubblico altro non siano state che una fuga dalla crescita.
Oh my god, un comunista che parla di crescita economica !
Tuttora non capisco se sia una rivoluzione o un’involuzione. Aspettiamo e vediamo.
Vado a casa che un’altra durissima giornata di lavoro è finalmente finita.
